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stella tra le bombe

Quando tendo all’amore, non è una questione di sesso, di vuoto per pieno … non solo e non principalmente, insomma.

Coinvolge tutto quello che mi circonda, umori sensazioni tattili, per questo poi l’amata deve essere cresciuta con me nell’amore, non è una questione di “una botta e via” non ne sono capace. È una continua evoluzione un continuo avvicinamento di corpi. È un avvolgere, un prendere, un continuo conquistare, un’inarrestabile divenire. Cerco sempre di mettere del mio, una piccola intuizione momentanea, un guitto. Si ergono cancelli per poterli scavalcare, piccole proibizioni e piccole divagazioni che di volta in volta cambiano, quello che vale adesso può anche non essere la stessa cosa nel Poi. Vivo l’amore senza il confine di un amplesso, con sfumature, certo, ma senza soluzione di continuità. Come non esiste tempo, ma solo il ritmo naturale del giorno, o solo l’andirivieni ritmico di bacini e, a volte, quegli impegni convenzionali che riguardano gli animali sociali come me.

Non è un solitario però, per quello ci sono simpatici diversivi autoerotici, ma è un’esperienza da condividere. Dall’altra parte ci deve essere una donna capace di interpretare, di vivere in questa specie di limbo. Non è semplice, le convenzioni sociali, a volte impongono ritmi innaturali, ma proprio per questo lei deve avere fiducia, e dare quella stessa fiducia, indispensabile per una buna durata! Sono ritmi lenti, irrefrenabili, e contemporaneamente intensi e furtivi, le capacità per questo sono connaturali alla donna, ma vanno sollecitate, essa stessa le deve scoprire e coltivare. Stimolare gli umori più imprevedibili. E per fare questo non è una questione di numeri, è una questione di esperienza. Quella stessa che va a cozzare col numero di “colpi di spazzola”, tra i due non c’è nessun legame di proporzione, sono due stili diversi. Certo che una grossa differenza di età mi inibisce, ma non solo in quanto le forze in campo non sono quelle che mi stimolano, è anche una questione di stile, facile fare i gradassi con chi deve ancora vedere il mondo … e che se lo vedano da sole, non sarò a fare da Sherpa, la mia autostima va bene così grazie!

E tutto questo lo dico essendo ben partecipe alle mie emozioni …ecccerto che invidio quella stellina tatuata tra quelle due bombe … non sono mica di legno!

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Moldeke, che cosa te ne fai di un titolo.

Questa storia non ha un posto ben definito, per quanto ne so potrebbe non essere mai accaduta, per quanto ne so potrebbe essere pure vera.

Solo che me la sono trovata davanti, brillante, bella, sinuosa ma anche calda e morbida come una brioches, con ancora evidenti ricordi fisici dei suoi vent’anni. Ricordo che che mi sono messo a ridere, ho detto ad alta voce “cerebrale” … ecco com’era il cielo quel giorno! Lo vedevamo riflesso, a quanto ne so poteva essere il vetro del banco della carne in una bottega di campagna, e parlo al plurale perché ho scoperto che anche a lei, quel cielo, ricordava qualcosa “di certo non cervello, anche se in effetti …lo è”. Da quel primo incontro è tutto un susseguirsi di giochi di sguardi, di inseguimenti e di incredibili coincidenze. Giuro che a lei pensavo spesso, ma non credo di aver spostato il corso delle cose, eppure. Eppure adesso che è un’immagine lontana ho due diapositive di lei, la prima, l’ho detta, un confronto su un autore comune, la seconda è da distesi sotto un albero … la memoria non mi assiste e non ricordo se fosse prima o dopo l’amore lento e profondo al quale mi aveva educato, ma mi accorsi dei capelli bianchi, che si mescolavano agli altri senza nascondersi. Li seguii uno ad uno con le dita, per ogni capello una storia …per conoscerla non mi restava che scorrerlo. Il primo con due dita, poi man mano che mi incuriosivo di lei e del suo corpo lasciavo scorrere un dito sul capello-binario così da percorre anche le sue curve, li ricordo sempre profumati e lunghissimi. Scoprii,così, della sua infanzia felice, non ne avevamo mai parlato, anzi non avevamo mai parlato di quello che era di noi prima di incrociarsi, delle sue avventure con gli animali della campagna di sua nonna, del marito sposato di fretta, con un figlio in arrivo, e con una carriera militare che lei ha sempre disapprovato ma che è arrivata al culmine con la Bosnia, scoprii del divorzio e della lontananza del figlio, se non volevo ascoltarle talvolta scorrevo più velocemente, ma talvolta mi fermava la mano “no, questa non te la racconto” oppure “aspetta, vai piano che è ancora lunga”, poi il vento giocava con noi e allora una nuova storia, perché lei non si ripeteva …

Aveva solo qualche anno in più di me, ma prima di lei vivevo tutto al presente con scarso interesse per il futuro, dopo di lei mi sono accorto di avere anche un passato e di sperare che in un futuro un aggettivo fuori dal comune stravolga a vita di qualcuno, e che quell’aggettivo sia mio.

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moldeke, un nuovo inizio?

È vero. La notte ha un profumo diverso per ogni ora che passa.

È vero. L’alba non è unica ma si divide in almeno cinque parti, in tutto sette, ma è l’aurora che è divisa in due distinte situazioni.

Mi accorgo dei miei limiti quando a queste parti non do che un numero consecutivo.

Ho la camicia che mi pesa sulle spalle, forse è l’umidità, o forse che sono troppo stanco. Giro il pacchetto tra le mani da un po’, e fumo da parecchio quella che mi sembra un’unica sigaretta.

Un dito di una mano sta diventando progressivamente paonazzo, non ne capisco il motivo, vorrà dire che lo metterò in un bicchiere d’acqua ghiacciata. Non ho mica voglia di andare in ufficio stamattina. Trascino lo sguardo sul libro che mi ostino a voler leggere, ma mi respinge quella scrittura acerba, cruda. Non capisco come abbia fatto a scrivere determinate cose, non riesco a giustificare questa costante ricerca di sopraffazione di un uomo sull’altro. Provo un senso di nausea, che non so se provocato dalla società che mi circonda o da lei che ha sudato con me tutta la notte. Davvero mi chiedo. Non riesco a rispondermi. Salvador mi porta il caffè, direttamente dalla moka alla mia tazzina, senza passare per intermediari. Non lo so, ma mi solleva che questo caldo liquido non si sia soffermato a decantare su un tavolo, magari per un errore del manovratore di moka o in attesa in una tazzina del corredo buono, ecco: che la tazzina sia in mano mia mi da un senso di potere, “vieni tra le mie mani, nessun ti farà male”.

Il divano che mi ospita è un divano a fiori, lo schienale soffice e alto mi da la possibilità di posare pure la testa, cosa non comune da trovare per tipo come me, con queste dimensioni. Chissà di chi era prima di essere portato al campo rom. Magari non è neanche detto che ci sia venuto di sua spontanea volontà!

Rido.

Mi sveglio dallo stato di torpore. “ma che freddo fa, o che freddo fa … basterebbe una carezza” …mi sono immaginato tante volte di cantarla al karaoke con una mia personale interpretazione, non compresa dagli astanti … “tu bastardo mi hai delusa hairubatodalmiovisoquelsorrisoche, non tor ne rà” … oppure al mio matrimonio … ma in quel caso mi è andata meglio!

Sposto i suoi bellissimi piedi. Una volta andavo matto per i piedi, poi è diventata una moda e quindi mi sono buttato sulle mani! Anche se mi ritengo un cultore di una certa curva dell’interno coscia … ma questo è per palati fini, e stamattina non ho proprio voglia di darmi spiegazioni troppo complicate.

Pantaloni apposto, anche meglio dopo una sommaria pulizia manuale, camicia tutto sommato presentabile e giacca che mi da un’aria! Calzini in tinta con qualcosa che ho a casa … non trovo le scarpe ..  cazzo … dove le posso aver messe? No no no .. non importa ne ho un paio in macchina, da una settimana che dovevo toglierle, hai visto che servivano?

“Salvador … il cappello …¿y puede?” … me lo lancia e si inchina: è un si!

Il cappello alla Tom Waits è indispensabile per un look finto trasandato, che maschera il mio disordine totale. Come quella volta in crociera, tutti vestiti da gala e io, jeans e polo dentro i pantaloni, con l’ennesima birra, ad  ascoltare quel simpatico complessino, unico tra gli auditori aa apprezzare i controtempi del bassista e la velocità del batterista … per poi applaudire sentitamente e ridere di gusto … ovviamente unico tra i presenti.

Apro le finestre e mi faccio colpire dal vento.

Entro in ufficio. Mi sento come un elastico che mi cinge i fianchi e mi tende fuori di qui, ma per ora sono ancora abbastanza forte da rimanere dentro.

“Come stanno le dita?” … ah, si … le dita …”bene, si credo” le guardo e scopro che me le sono chiuse con la porta del bagno all’urlo di “lavoro di merda”.

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