Moldeke! …i miei spaventosi gas mi rendono ebbro!

…”Mi sto soffermando da qualche tempo su concetti simili, per poi trovare che è tutta una questione di tempo…

Basta solo una piccolissima cosa per farmi perdere giornate intere alla ricerca di risposte, o di quello che più probabilmente assomiglia ad una risposta o di quello che decido che sia una risposta… insomma, alla fine spesso cerco non trovando niente, o meglio, trovando tanto del resto che circonda il mio caso ma poco del fulcro, del nocciolo della questione.

Mi vedo, quindi, spesso immerso in quello che, sinteticamente, ritengo sia la “ricerca” e la inserisco in quella “vita attiva” della mia quotidianità.

Vedo molto simili i termini “ricerca” e “studio”, non sinonimi, forse lo “studio”, il lavoro sporco di apprendere, è lo strumento raggiungere lo scopo finale di “ricerca”, che essendo instabile ed in continuo movimento ha ben poco di finale …ecco ecco IL “fine” è LA “ricerca” [gli ebrei vanno matti per i giochi di parole che rivelano le loro idee (in questo caso la complementarietà, quello che potremo definire l’essenza stessa della ricerca, donna, è comprensibile solo guardandola con gli occhi del fine, ritenendola il fine, uomo …sta scritto “uomo e donna egli creò”, quindi unici ed indivisibili…) difatti se consideri LA “ricerca” come LA “fine”, andrà bene grammaticalmente ma ti viene un’angoscia… ti pone davanti ad un baratro: “ecco sei arrivato, non occorre che tu vada avanti. Smettila!” … manca LO stimolo per LO studio!!!] [sarebbe curioso indagare come mai la parola, o il termine, “fine” sia così dannatamente efebico (ma le parentesi quadre puoi anche non leggerle)]

Anche se a volte basta appena soffermarsi sulla parola “ricerca”, spogliarla di tutte le catene della tradizione (anche culturale) e vestirla di nuovo per vedere cosa ci potrebbe dire …alla parola “cerca” basta aggiugere l’abbreviazione di “ripetere” ovvero “ri-” … otterrai che “ricerca” non è molto diverso dal concetto “della ripetizione del cercare”  [non ti dico nulla sulla complementarietà].

Forse un ciclo continuo, forse un ciclo vizioso, forse la ricerca è solo fine a se stessa, ma non so bene se si possa definire in qualche modo inutile …magari alcune ricerche non sono prioritarie, ma già in questa accezione si mettono in campo altri fattori…

Ma è tutta una questione di “tempo”, basti pensare che quello che oggi è velleitario domani potrebbe essere indispensabile, considera il telefono che ieri non era neccessario mentre oggi sì …ma del tempo quello che mi distrugge è tutta la terminologia del settore, le parole: ora; attimo; minuto; secondo; adesso; dopo; giorno; notte… che cos’è il tempo… da cosa lo trovo… da cosa lo distinguo dalla massa di concetti prefabbricati che la società mi imprime… quando cerco spiegazioni un tale mi disse: “l’ora è l’adesso, il presente, l’oggi …hai capito?”

No, non ho capito. …”

Senza fare della filosofia spicciola io tenterei di soffermarmi sulla parola “ora” …quindi tutta la pazienza che mi potevi dedicare sta arrivando agli sgoccioli.

“…Sono di origini venete, non veneziane, e spesso lo studio è inteso come perdita di tempo, a meno che non lo si faccia per evidenti motivi pratici (tipo per fregare lo stato) o per dichiarato diletto, non viene in alcun modo, per esperienza personale, riconosciuto lo studio per conoscere …ed io ne sono invece malato.

Appartengo ad un numero ridotto di persone che vivono questo tempo come qualcosa di estraneo, alcuni di noi vorrebbero essere pirati, altri nobili eruditi,  qualcuno vuole ancora fare l’astronauta, insomma una razza, quella dei sognatori, che sembra sempre in estinzione, ma che mai scomparirà… un manipolo di idealisti senza patria e perennemente fuori contesto, ma che non avrebbero senso in altre epoche. Contenti di essere anonimi, bachi sconosciuti del sistema, e di lanciare i sassi sulle teste di tutti i tonti che ci passano davanti. Nelle nostre mani spesso la conoscenza diviene essenza o grottesco turpiloquio, come i momenti di buoi profondo, come quello mio, di oggi. E quello mio di oggi che diviene eternità se rimanessi fermo, o attimo se azzardassi un colpo di reni…”

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… Moldeke, la sigaretta

… Moldeke, sono due ore che fissi la sigaretta.

La brace sembra non consumarsi mai, in compenso la bottiglia di Porto è sempre in movimento con l’altra mano e dopo di lei il bicchiere, una strana danza la tua.

Stamattina mi hai svegliato con un bacio sulla fronte, la mia era ancora inquieta, la tua matida di sudore freddo. Ma cosa è successo?

Dovrai cominciare a dare qualche risposta prima o poi. Non ho ben presente il livello della mia tolleranza a questo tuo stupido orgoglio, ma non credo che manchi tanto per arrivarci.

Hai voluto tu che ti venissero impiantate le uova di quei simpatici ragnetti, non capisco il panico di vederli uscire dalla piccola incisione … non so bene chi l’abbia fatta, ma la considero una cosa sostanzialmente naturale. Io ho avuto la sensazione che quei ragni si ingrandissero a dismisura, per poi fluire nel foro di scarico della doccia, ma bisogna avere i nervi saldi, amico mio. Nervi saldi. Non ho trovato tracce di questa visione, l’uomo dello spurgo, oltre a fare un macello spostando i chiusini, mi ha detto di aver trovato solo qualche incrostazione e qualche materiale organico non ancora perfettamente decomposto. Ma di ragni neanche l’ombra. Il tipo mi sembrava apposto, non ho gradito la pulizia del tubo effettuata con due dita … o meglio non ho gradito che con le stesse dita continuasse a fumarsi il toscanello. Tu spesso hai di queste visioni, l’ultima volta ti sei lavato convinto di essere coperto di scarafaggi …

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il vaporetto di Moldeke.

È una mia opinione, quindi va presa con le pinze: ogni periodo storico ha i suoi “termini peculiari”. Un po’ come i tormentoni lessicali che contraddistinguono un campo scout. L’epoca dei fricchettoni di Verdone col “cioè”, piuttosto che “l’inciucio” (coniugato all’occorrenza), “l’attimino”, il “minutino”, le “picconate” di Cossiga, i “bolscevichi mangia bambini” o la velocità di Marinetti. Oggi siamo nell’era del “quantaltro”, che non so nemmeno come si scriva. Espressione molesta che riassume, secondo me, tutto un elenco di cose fastidiose ritenute ovvie, ma che ovvie non sono. Così la beghina veneziana che mi sciolina il suo “quantaltro” nell’elenco della spesa, nei malanni di stagione, nell’elenco della cose da fare e delle cose da non fare al funerale del Tizio di Santa Marta, morto di morte violenta, forse suicidio, la sua amica, una cartina topografica del canyon, tante le rughe, annuisce con fermezza, naturalmente sta pensando a tutt’altre faccende ma lo maschera benissimo.

La scritta murano glass in giapponese è ridicola, come la conversazione tra il marinante e un turista inglese che puzza da capra gravida, il primo non capisce che il Byron di turno non riesce tradurre “Va zo in cabina, bueo ti e to morti” alla sua amata la quale non si aspettava altro da Venezia che le gocce di acqua salmastra degli spruzzi del motoscafo. Naturalmente i gesti sono ampi e, almeno per noi campagnoli, quantomeno eloquenti, ma il suddito di Elisabetta ritiene che il suo interlocutore chioggiotto si stia sbracciando per far vedere alla sua dolce metà le meraviglie del canale della Giudecca, al “Wonderful” britannico rispondeva un distinto “uonderfull de to mare”, stile Oxford penso.

Intanto una capo scout di Gemona del Friuli, una mula veramente piacevole alla vista, distribuiva con abbondanza chili di “quantaltro” ai Lupetti, le Giovani Marmotte ufficiali per capirsi, nell’elenco delle mansioni dei trasportatori, in quello dei fattorini lagunari e dei barcaioli (un giorno i pargoli capiranno che spesso sono le stesse persone, ma non entriamo nei meriti educativi), l’altro capo panzuto boffocchia leggende lagunari, confondendo epoche, nomi ed inserendo naturalmente “il libro della jungla” (il regolamento è il regolamento), mentre i nanetti col fazzolettone più grande di loro continuano imperterriti a stampare i visini sui finestrini col desiderio di raggiungere casa il prima possibile.

Il sonno è una brutta bestia non solo per me ma anche per quella studentessa alla mia destra con la borsa di stoffa della biennale, padiglione della Gran Bretagna, che ogni tanto chiude gli occhi e si posa sulla mia spalla, a ma va bene, spero che sia anche per lei qualcosa di piacevole. Il suo profumo di fiori da pace, la pelle pulita, le linee morbide del suo viso ed i capelli vellutati mi fanno ricordare che una volta giunto a casa una bella doccia non me la leva nessuno.

Mi sento la testa pesante, so che se chiudo gli occhi per qualche secondo mi risveglierei rigenerato, ma non voglio abbandonare la pupa alla mia destra. Una volta smontati lei non si ricorderà più di me, io, forse, la ricorderò per qualche ora, poi al prossimo giro la sostituirò magari con una turista etiope dalla pelle d’ebano.

L’ebano mi ricorda i Ramblers, i Ramblers mi ricordano l’Irlanda, l’Irlanda mi ricorda Istanbul, sono i viaggi che devo fare prima di morire trentenne, Istanbul mi ricorda Roma, Roma mi ricorda Venezia… da qualsiasi parte mi ritrovo a tornare in questo intrigo di acque salmastre e cagate di piccione … poi da Venezia ritorno a casa.

Tengo stretta la borsa di tela marchiata DS, dentro non c’è niente di importante, ma non potendo stringere altro mi accontento. Sorrido tra me nel constatare che le vegliarde stanno ancora disquisendo sull’opportunità o meno di mettersi l velo al matrimonio “de ‘sti tempi”, naturalmente nelle descrizioni su cosa fanno i giovani di oggi, anziché sposarsi da giovani, pullulava la parola del momento. Quando ad un certo punto da una delle due si sente dire “e no, casso! Mi no che no te me ciavi”. Tra le due si percepiva un silenzio spettrale; tanto che ho pensato che una della due avesse finito una volta per tutte di pesare sull’INPS, scopro, però, che lo scandalo, perché di silenzio da scandalo,  è stato provocato dalle parole usate in quel momento di foga.

Un mio compagno di classe, volendo fare il bello, un giorno mi denunciò alla maestra, per il mio gergo da carrettiere,  e di lì cercarono le definizioni delle parole usate da me medesimo. Mi affascinavano. Mi affascina il significato delle parole e mi affascina il modo con cui le persone cercano di spiegartelo, spesso con parole loro.

Le goccioline d’acqua nella parte esterna della finestra stanno facendo a gara per arrivare sul bordo, se potessi puntare punterei sull’ultima. Sfocando le goccioline scorgo le fattezze di una dea, probabilmente. Volgo immediatamente il mio sguardo, ma senza fretta per non spaventare quella che di sicuro era la reincarnazione della Elena di Omero. Fin’ora ho guardato avanti e ho vissuto nelle vite degli altri, ma solo il cielo sa quanto avrei voluto vivere nella vita di quella Dama del lago in gita a Venezia. Ne cerco il profumo, ogni fiore ha un profumo caratteristico, ne percepisco uno decisamente amabile e glielo attribuisco. Rimango intontito.

La sagoma dell’attracco ACTV è notevolmente meno attraente, perciò vengo destato dal gran botto che il mezzo gli da. L’omino del cavo, il Cicerone chioggiotto secondo il suddito di sua maestà, dà una mano alle beghine veneziane, una categoria antropologica ben definita, aiuta un po’ tutti a smontare. Io nella fretta mi desto dal sogno. Cerco di uscire dal 51, trascuro, da becero, la biondina slavata al mio fianco che senza il mio appoggio frana, ma non me ne curo minimamente. Non guardo nemmeno indietro, tanto mi sento impacciato e goffo.

Direzione Toletta. Dalle Zattere, è un attimo.

Entro, trovo una bellissima edizione BUR delle Tuscolane del buon Cicero, ma mi avvio alla cassa con un Dostoievsckij nel sottosuolo d’annata. Il momento di pagare è arrivato. Frugo. Del sangue gelato mi scorre nelle vene. “Scusa m…” (la frase dovrebbe essere stata più o meno questa: “Scusa ma non trovo il portafogli. Sarà finito sicuramente nel fondo, che poi ha anche un buco… posso posare lo zaino?”). L’apparizione del vaporetto. A chi le ha rubate quella mani? Non possono essere le mani di un essere umano. Tra queste mani trionfa il mio umilissimo contenitore di danari, documenti e cartacce varie. Scoprirò poi, anzi, mi verrà detto, di averlo lasciato sul sedile del battello. Non so come ringraziarla, più per essersi materializzata che per il ritrovamento, ma questo lei l’aveva capito. Il tempo di uno starnuto, io e l’aria condizionata viviamo in conflitto da tempo, e di lei nessuna traccia, se non la porta che si chiude azionando il fastidioso campanellino.

Cammino per Venezia come un tossico, mi sento bene ma rintronato. Mi seggo su di una panca. Prendo l’edizione Mondadori appena acquistata ed inizio a leggere.

Io quando leggo entro in letargo, e da buon animale in letargo ho bisogno, ogni tanto, di sgranocchiare qualcosa. Prudentemente da casa mi sono fornito di qualche albicocca. Ne prendo una, al tatto mi ricorda la pelle, ormai familiare, della ninfea e mi scappa “Sicuramente è medio-orientale, come questa albicocca, forse di Damasco, Istanbul o addirittura di Samarcanda”

“Caracas” mi ruba il frutto “ma hai ragione, mia madre è di Damasco e mio padre di Istanbul”… non riesco a capire se era la voce di una persona ma l’apparizione è davanti a me, e si pappa il mio spuntino.

Milioni di cellule combinate da una mano divina. Voglio saper tutto di Lei, ma non ho il fiato per far vibrare le mie corde vocali, voglio sentire tutti i suoni della sua voce, gli odori della sua pelle, voglio vedere per i suoi occhi e mangiare per le sua bocca…

“Che nome mi daresti?”

Non so che dirle, sento che Venere è abusato, Elena, oppure Occhi di cerbiatto, ma  troppo da pirla, naturalmente il più inopportuno “Dulcinea” … si mette a ridere …      Ma che diavolo! Elena, Morgana, Nimuë, Galadriel tutti i nomi, lei era tutte. Ma Dulcinea, no! È semplicemente ridicolo. In realtà si chiama Maria e con una sfilza di cognomi o secondi nomi. Maria era opportunissimo, Dulcinea, no!

“Vada per Dulcinea” mi disse “Sono stanca del fatto che tutti mi paragonino a Venere, o Afrodite o tutte le dee dell’olimpo. Sono stanca di avere il nome di orchidee o fiori esotici. Sono stanca di appartenere alle leggende o ai miti. Dulcinea va benissimo. Grazie.” Ma da dove viene, non ha inflessioni linguistiche, anzi ne ha talmente tante che non riesco a definirne una di origine.

Il tempo scorre ed io rimango ad ascoltare la storia di Dulcinea. Qualche volta annuisco, il più delle volte mi perdo nei luoghi che lei mi descrive.

La sera ci ha colti di sorpresa ed ha nascosto il nostro abbraccio agli occhi della gente tropo indaffarata nel preparare la cena. Nella casa davanti ai nostri occhi un vecchio, tempo fa, aveva coperto il davanzale con girandole colorate, nelle giornate grigie era l’unica cosa viva che si potesse vedere da lontano, nelle giornate di luce: una festa. Adesso le sue girandole nessuno le ha più viste, saranno, nella migliore delle ipotesi, in qualche cassone di qualche erede. Di solito gli eredi di questi personaggi si dichiarano persone sagge e postate, il più delle volte sono ragionieri grigi, calvi, unti e panzuti che vivono esprimendo giudizi su tutti e su tutto, molte volte mi sono sentito come loro, poi ho rinunciato al suicidio.

Guardo Dulcinea, ha una pelle scura, vissuta al sole, malgrado la sua vita è straordinariamente fragile. Notoriamente impacciato cerco, comunque, di avvolgerla per difenderla dalla notte, che sta avanzando malgrado noi.

Il rumore dell’acqua di Venezia è unico, tutto parla, tutto ascolta, Dulcinea ha gli occhi gonfi. Mi sento scomodo nella sua storia, forse nulla ci avvicina ed è forse per questo che ci alziamo contemporaneamente, ci salutiamo, ci stringiamo come se fosse l’ultimo atto prima di andare al patibolo per poi penzolare come salami.

“Cerco il sole ma non c’è” … il settimo giorno Dio creò i PFM, e vide che era cosa buona e giusta … ma non riesco a togliermi i Ramblers dalla testa, non riesco a togliermi di dosso le parole della ragazza che andò con le fate. La storia di Lei mi turba ad ogni passo “chissà se tutto quello che mi ha detto è realmente accaduto” penso, ma subito dopo mi pento di aver pensato così.

Dulcinea è strana, le sue parole, i suoi gesti hanno qualcosa di magico, il suo racconto mi è entrato dalla pelle, dagli occhi, dal naso, difficilmente potrò dimenticare il suo gusto … pur non essendoci stato contatto.

Mi sento infettato dalla sua chimica.

È semplicemente bella, di quella bellezza arcaica ricca di contraddizioni, gli occhi non sono di questo mondo e lo guardano da un altro punto di vista. Sono castani quegli occhi magici, e di occhi castani ne è piena l’umanità, ed è anche  qui il suo immenso fascino, non ha nulla di prorompente così da non attrarre le persone che non vedono il bello ma solo l’istinto. Le sue linee sono come il fumo dei locali Berberi, sinuose, perfette, mai goffe e laide, ma decise e morbide, che fasciano gentilmente muscoli e organi di una femminilità luminosa e fiera. La sua pelle è stata  spesso violata dall’ago del tatuatore che ha liberato i colori e le linee rinchiudendo  tutto in quella stessa soffice corteccia. “Ogni tatuaggio” mi dice “ricorda paesaggi, strade, edifici, riflessioni, luoghi importanti, nel bene e nel male,  che si sono succeduti nel corso dei giorni”. E così la mia mano scorre idealmente per le strade di Managua, dove un mercante di orchidee l’ha comprata per la prima volta per poi rivenderla ad Amburgo, e poi Istanbul, le sue cupole d’oro, Damasco, nelle inebrianti geometrie moresche, ogni tatuatore poteva scegliere la parte del corpo di Maria che più lo ispirava, lei, dolcemente, lo accoglieva. Dice di non sopportare i dolore provocato dall’ago, ma, d’altro canto, non ha mai sopportato un minuto della vita che i debiti del padre l’hanno costretta.

Prima di vederla stesa al mio fianco non sapevo che Samarcanda avesse ancora quell’alone di mistero che per secoli ha affascinato i mercanti di seta, non sapevo che l’ambra potesse sciogliersi e vivere una vita propria. “Ma di Venezia?” “A Venezia mi sono sentita libera, ho pagato i miei debiti col passato. A Venezia ho incontrato chi non mi guardava per violarmi, ma che entrava in me come se da sempre vivessimo cercandoci, come se da sempre esistessimo uniti”.

Il primo raggio del mattino cercava in tutti i modi di posarsi sul quel corpo, il primo raggio del mattino mi guardava con invidia, lo so e me la rido tuffando i miei orizzonti in una tazza di caffè nero.

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moldeke, un nuovo inizio?

È vero. La notte ha un profumo diverso per ogni ora che passa.

È vero. L’alba non è unica ma si divide in almeno cinque parti, in tutto sette, ma è l’aurora che è divisa in due distinte situazioni.

Mi accorgo dei miei limiti quando a queste parti non do che un numero consecutivo.

Ho la camicia che mi pesa sulle spalle, forse è l’umidità, o forse che sono troppo stanco. Giro il pacchetto tra le mani da un po’, e fumo da parecchio quella che mi sembra un’unica sigaretta.

Un dito di una mano sta diventando progressivamente paonazzo, non ne capisco il motivo, vorrà dire che lo metterò in un bicchiere d’acqua ghiacciata. Non ho mica voglia di andare in ufficio stamattina. Trascino lo sguardo sul libro che mi ostino a voler leggere, ma mi respinge quella scrittura acerba, cruda. Non capisco come abbia fatto a scrivere determinate cose, non riesco a giustificare questa costante ricerca di sopraffazione di un uomo sull’altro. Provo un senso di nausea, che non so se provocato dalla società che mi circonda o da lei che ha sudato con me tutta la notte. Davvero mi chiedo. Non riesco a rispondermi. Salvador mi porta il caffè, direttamente dalla moka alla mia tazzina, senza passare per intermediari. Non lo so, ma mi solleva che questo caldo liquido non si sia soffermato a decantare su un tavolo, magari per un errore del manovratore di moka o in attesa in una tazzina del corredo buono, ecco: che la tazzina sia in mano mia mi da un senso di potere, “vieni tra le mie mani, nessun ti farà male”.

Il divano che mi ospita è un divano a fiori, lo schienale soffice e alto mi da la possibilità di posare pure la testa, cosa non comune da trovare per tipo come me, con queste dimensioni. Chissà di chi era prima di essere portato al campo rom. Magari non è neanche detto che ci sia venuto di sua spontanea volontà!

Rido.

Mi sveglio dallo stato di torpore. “ma che freddo fa, o che freddo fa … basterebbe una carezza” …mi sono immaginato tante volte di cantarla al karaoke con una mia personale interpretazione, non compresa dagli astanti … “tu bastardo mi hai delusa hairubatodalmiovisoquelsorrisoche, non tor ne rà” … oppure al mio matrimonio … ma in quel caso mi è andata meglio!

Sposto i suoi bellissimi piedi. Una volta andavo matto per i piedi, poi è diventata una moda e quindi mi sono buttato sulle mani! Anche se mi ritengo un cultore di una certa curva dell’interno coscia … ma questo è per palati fini, e stamattina non ho proprio voglia di darmi spiegazioni troppo complicate.

Pantaloni apposto, anche meglio dopo una sommaria pulizia manuale, camicia tutto sommato presentabile e giacca che mi da un’aria! Calzini in tinta con qualcosa che ho a casa … non trovo le scarpe ..  cazzo … dove le posso aver messe? No no no .. non importa ne ho un paio in macchina, da una settimana che dovevo toglierle, hai visto che servivano?

“Salvador … il cappello …¿y puede?” … me lo lancia e si inchina: è un si!

Il cappello alla Tom Waits è indispensabile per un look finto trasandato, che maschera il mio disordine totale. Come quella volta in crociera, tutti vestiti da gala e io, jeans e polo dentro i pantaloni, con l’ennesima birra, ad  ascoltare quel simpatico complessino, unico tra gli auditori aa apprezzare i controtempi del bassista e la velocità del batterista … per poi applaudire sentitamente e ridere di gusto … ovviamente unico tra i presenti.

Apro le finestre e mi faccio colpire dal vento.

Entro in ufficio. Mi sento come un elastico che mi cinge i fianchi e mi tende fuori di qui, ma per ora sono ancora abbastanza forte da rimanere dentro.

“Come stanno le dita?” … ah, si … le dita …”bene, si credo” le guardo e scopro che me le sono chiuse con la porta del bagno all’urlo di “lavoro di merda”.

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Moldeke, raccontami …

…raccontami una storia Moldeke. Dai. Non importa che sia una storia vera. Non ho bisogno tu mi racconti per forza la verità…

“dieci passi” dice lui “i dieci passi più lunghi che io abbia fatto…”

Ponendosi in posizione strategica nel mappamondo della stanza, la portaerei Saratoga [si è mascherata da carrello portavivande] si trova proprio tra gli amici pugliesi e la credenza con un souvenir di Corfù: offre il miglior punto di partenza al terzo attacco di uno stinco di maiale arrosto (col suo corredo di patate).

Faccio finta di nulla; ma il raid è micidiale. Orde tracotanti di proteine, grassi insaturi e carboidrati, condite con albumine e lecitine di soia varie, bombardate tanniniche di Refoschi [tutte dal peduncolo rosso …cavolo! fin poco fa le ritenevo alleate] … bandiera bianca. L’ultimo avanzo di difesa è in mano a 4 neuroni impegnati a tressette.

Di questa guerra-pasto non ne vedo la fine.  [Generalmente il pasto è una guerra, è una guerra per il bulimico, che ritrova i sui buoni propositi nell’ultimo assalto alla più vicina tazza di water disponibile; è guerra per l’anoressico, che, dopo aver resistito stoicamente alle porzioni, si ritrova in ospedale con le vene violate da qualche piatto di pasta sintetizzato in soluzione acquosa. In qualche modo è anche una guerra per i buongustai, per i vegetariani, per i salutisti, per i malati di fame, per gli ingordi…]

Sarà!

Ma nelle mie vene sento il fuoco divampare.

A me, tutto sommato, poco importa: Partire.

[odio partire e non saper dove andare, il mio corpo errante cerca rotta, ma la mia mente non vede che nebbia all’orizzonte ed il naufragar m’è dolce ecc. ecc.]

Primo passo. Il primo piccolo passo ha in se tutto il coraggio necessario per superare qualsiasi ostacolo. Gli occhi languidi salutano idealmente i festanti commensali, un po’ mi spiace lasciarli soli, forse un giorno ci rivedremo… ma ora mi limito a contemplarli, mi sento onnipotente e mi alzo più o meno come l’antenna telescopica della Duna, berlina, di mio nonno: a fatica! È evidente che non sono in gran forma, la consapevolezza di non far più parte di quella festosa combriccola di guasconi italici, ma di avere un altro destino, e che questo meraviglioso destino è solo nelle mie mani… sono orgoglioso di me stesso.

Il secondo passo è sinonimo ideale di fermezza nella decisione presa: nessuno mi potrà mai convincere a tornare, se mai qualcuno ci ha mai provato. Intanto dalla Sicilia odo voci amiche: “Schiavo’ el limoncèl’!” L’impegno isolano di voler parlare veneto, mi commuove ancora. Il dubbio mi assale, l’angoscia di aver lasciato sul più bello casa mia m’investe in pieno e mi lascia intontito. Una parte di me, parte che già a suo tempo era del figliol prodigo, desidera il ritorno, l’altra, stoica ed irreprensibile, lo rifiuta. Nel mentre, l’ammasso di detriti passa dall’esofago allo stomaco mettendo a dura prova la mia staticità.

Il terzo passo è pesante, goffo. Scaricando l’energia nel pavimento provoca una scossa tellurica che fa vibrare i bicchieri nella credenza. Rimango in piedi, mi persuado che con la sola forza del pensiero. Una pia illusione la mia.

Nel quarto passo la triste riprova: un colpo di sonno di fa chiudere gli occhi, cieco zoppo e ubriaco non mi rendo conto della gamba del tavolo. Sto per rovinare al suolo, quando un insperato colpo di reni alla Yuri Chechi… resto in piedi. Nello sforzo ho dato il “LA” ad un piccolo cambiamento climatico dietro di me, così un vento basso dorsale aromatizza di buono gli amici del triangolo industriale.

Il quinto passo segna il punto di non ritorno. Il pensiero mio va, ora, agli amici rimasti… ho finito!

[sto raggiungendo la Cima Coppi del piacere, questo viaggio mi esalta, mi appassiona, mi salva dalla abbietta turpitudine del mio grigio quotidiano]

Nel sesto passo mi sento come fossi un “obiettivo raggiunto”, gasato, riconosco le difficoltà dell’ultimo pezzo di strada, sono in terra straniera, non mi ero mai spinto oltre fino ad ora, nonché a metà del mio percorso. Il mio posto, però, è a tavola, dove ora si starà facendo il brindisi con le MIE grappe, si starà sorbendo dell’ottimo caffè triestino e si starà giocando a scopone o a tressette. Piango come un vitello. Sguardo fisso in terra, mani dritte sui fianchi, barcollo ma non mollo. Alle spalle, fatti salvi tre cianotici, tutti cantano, gozzovigliano e rimorchiano pulzelle. Nessuno mi ricorda. Il salso delle lacrime mi sveglia un po’ dallo stordimento, ebbro di vino e adrenalina non voglio tornare indietro. Capto che qualcosa in me si sta muovendo. So di non essere incinto, ma in un primo momento non ne ero convinto, partorirò un nuovo Essere? In coscienza scorgo l’obbiettivo del mio evadere: l’esilio.

Il settimo passo,si sa, è quello della crisi. Nostalgia di casa e incognite su quello che verrà alla fine, sono i primi sintomi. Supero gli ostacoli della ragione con la stessa agilità di un gatto paralitico, ma li supero.

Ottavo passo.

[esule in terra straniera, volgo il mio desio a te, mia patria diletta. Incancellabile in me la tua opulenza giunonica, il tuo fasto e la tua gloria. A te, d’ora innanzi, il pensiero di esule. Sono forestiero sin dal mio arrivo, sarò straniero al mio ritorno nella patria natia. Ed il naufrag… ecc. ecc. (cosa sto scrivendo?)]

Il nono passo è un ponte tra il mio Ero ed il mio Sarò, è quel presente che mi avvolge, aprendo la porta, con l’odore del sapone di Marsiglia. Il genio del Mastro Lindo! Non sarò mai come lui.

Il decimo ed ultimo passo serve solo per permettermi una rotazione di 180 gradi. Chiudo la porta, seggo su di un secchio rovescio, spengo la luce ed abbraccio, con passione, una scopa di saggina, forse il testosterone s’è destato: ma troppo tardi.

[si dice che tra gli esseri umani vi siano delle figure che vedono con gli occhi dell’anima mundi, e di questi solo pochi conoscono i mezzi per poterlo esprimere senza banalità o retorica. Agli altri non resta cha capirli. Avevo paura di partire, di viaggiare. Ora, lontano da casa, ho paura di tornare. Il viaggio mi ha cambiato: mi ha dato occhi nuovi. Morto il mio vecchio Io]

-vi prego: sparate al ventriloquo.

…ah! sono nella stanza delle scope.

O MIO DIO!

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homo homini lupus

Hobbes descrive come lo Stato (Stato-Leviatano) dove impedire che gli uomini si sbranino a vicenda. Più che Hobbes mi pare che la nostra classe politica si riferisca alla saga di Pierino (addirittura mi pare che qualcuno abbia perfino celebrato Alvaro Vitali come novello Totò ).  Un noto “statista” (e non scrivo di chi perché alla parola “statista” va allontanata il più possibile la coppia di parole “bettino craxi“) consigliava alle forze emergenti dell’epoca (“claudio martelli“) di abbandonare la letteratura Socialista per la lettura del “Marcovaldo“, almeno così dice in un’intervista … addirittura si sente nostalgia per l’epoca … fatto sta che leggo il blog di Alessando Gilioli (“piovono rane“)  http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/11/24/lasticella-dellassuefazione/ … rimango basito.

Rimango basito dall’inettitudine in generale … di chi governa, o fa finta di farlo, piuttosto da chi si fa governare.  Mi da fastidio che il politico parli come l’avventore di un bar, tipo i vari Gentilini, Brunetta,  il dentista-che-non-vorresti-mai-Calderoli … beh! la strafottenza di Castelli o il doppio lavoro di Pecorella, Ghedini, Dell’Utri … ma insomma!

La politica è una cosa seria.

Nel Ducato di Toscana (siamo nel 1513 e all’epoca non era ancora Granducato, mi pare che il paese fosse Sant’Andrea in Percussina), per opera di un tale, si diede inizio alla Scienza Politica … adesso lì è Italia, anzi, si pretende che sia la culla culturale dell’Italia e del pensiero Italiano … la Diplomazia degli Antichi Stati Italiani era al top in tutto il mondo allora conosciuto, ed ora,  l’esperienza di questi uomini, è alla base del pensiero politico moderno … non è concepibile che vengano stuprati ogni volta … ma attenzione, l’Italia non è solo un posto per ricordare gli allori rinascimentali, passiamo qualche minuto anche sull’esperienza risorgimento, pure su quella dell’italietta di Giolitti. Riflettiamo anche sulle dicotomie del ventennio, pur con molti “distinguo” Mussolini comunque era uno “statista” (visto che ha rubato pure il titolo di “duce” al buon D’Annunzio la parola “statista” è semanticamente accettabile (va detto che la parola “dittatore” o  “autocrate”  o “opressore” sarebbe comunque meglio rappresentativa)) con le contropalle. Ora la favolosa esperienza della guerra di liberazione con tutta la nomenclatura uscita anche a livello imprenditoriale (Enrico Mattei o il Sig. Piaggio) … i primi periodi del secondo dopoguerra  … l’esperienza repubblicana … Santo Iddio, sembra una cavalcata epica perfino il Governo D’Alema! (jr. il senior non mi pare abbia mai avuto esperienze come capo del governo)

Alla luce della mia storia di Italiano, non mi va proprio che chi è alla guida politica sia un troglodita (con tutto il rispetto per “lucy“). La classe politica deve “educare” il popolo, non lo deve assecondare in tutti i modi (Aldo Moro docet). La Democrazia è ben diversa dalla Demagogia. La commistione dei popoli è naturale che avvenga per un milione di motivi, tra tutti che da sempre i poveri sono andati alla corte dei ricchi e che i poveri fuggono da guerre o situazioni di disagio provocate anche dall’imprenditoria italiana (tipo l’AGIP in Nigeria o l’allegra gestione della Somalia) o dai fallimenti della politica estera (a cosa servono i tanto blasonati “bei rapporti” tra la Libia e l’Italia?) … la delazione è un’arma infame, utilizzarla, legittimarla e giustificarla è quanto di più becero si possa fare. Quando (la delazione) viene impiegata dalla classe politica c’è da sperare (!) che lo faccia per distogliere da argomenti più scabrosi per la sua sopravvivenza, perché se è il segnale di una politica che naviga a vista c’è da temere. C’è da temere che questa politica porti a scontrarsi tra fratelli, c’è da temere l’isolamento internazionale, c’è da temere una crisi economica cronica, c’è da temere per la struttura sociale. C’è da temere che si torni all’era di Bongo Bongo dove per una patata ci si ammazza per strada.

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la chiavata del cancello (o la chiave della cancellata)

Così è quasi certo che non mi vengono le emorroidi”

Ed è l’unica cosa che mi viene in mente in questo preciso momento, non tanto la mano, che deve scorrere sulla roccia fredda ed umida per trovare un piccolo appiglio, nemmeno al rumore della corda che scorre sul rinvio.

Non presto attenzione nemmeno al piccolo lago smeraldo che vedo sotto di me, alle labbra che si stanno scepolando, agli occhi che bruciano col sudore, all’infinitamente piccolo sassolino che un po’ di fastidio mi crea all’alluce sinistro. Nel frattempo l’ho trovato l’appiglio, devo cercare di non rimanere fermo nella stessa posizione per più di una manciata di secondi, così da spostare il peso da una gamba all’altra qualche centimetro più in alto.

E mi emoziono ancora.

Poche cose sono così indescrivibili, in pratica mi sposto da qui a lì verso su, ma in realtà sento che il mio corpo… non so bene, ma il mio corpo diventa punto di contatto tra la roccia e il vuoto …sento questo punto che scorre come se fossi la montagna che lo sente scorrete e sento l’aria scivolare sulla schiena come se io stesso fossi l’aria che si sente scivolare qualcosa… l’immagine che vedo più vicina e quella della mollica di pane che mi accorgo di rotolare tra il medio e il pollice.

E qui, ora, io sono la mollica e la montagna il pollice e l’aria l’indice.

E mi stupisco che a questa immagine mi si collega, per chissà quuali passaggi, la “malattia professionale” dei sedentari cronici, degli agenti di commercio, dei camionisti e dei ragionieri, oltre che di tutti quelli dediti alla nobile arte del grattamento di ventre, magari bello gonfio, quel piccolo fastidietto in quel posto che tutti si vergognano anche solo a pensarlo.

Sorrido e scrollo la testa come per far fuggire una fastidiosa mosca.

Quando tocco qualcosa di freddo e capisco subito che qualcosa non va.

Con un gesto prendo l’oggetto-sorpresa, con la sovrapposizione del medio sull’indice, è sottile, allungato e un po’ irregorale.

Una chiave.

La metto nel sacchettino della magnesite senza tanto farci caso. Solo qualche minuto dopo mi accorgo dell’anomalia, proprio quando la stessa mano ne trova un’altra. E poi una terza. E poi una quarta e una quinta assieme. Ed una sesta me la trovo in bocca.

Nel sacchetto ci sono più chiavi che magnesite ora come ora e il sudore, non perfettamente asciugato disturba la presa sulla roccia che ora divene viscida e mal mi sopporta.

La settima e l’ottava pesano tantissimo, più di quello che di solito pesa una chiave. La nona ha stampato un panda…

Mi sono accorto alla decima che ho saltato un chiodo e che per arrivare al prossimo devo andare decisamente a destra, ma sento sotto le dita un’undicesima chiave, e poi un’altra… ho il fiatone e giureri che davanti a me stanno danzando milioni di stelline mentre un piede tocca un piccolo spuntone dove ci sono delle piccole chiavi, e la mano affonda in una piccola buchetta piena di chiavi e l’altra non sente che chiavi, i piedi cominciano e muoversi come fossero su una motagnola di sabbia, e mi accorgo che i granellini non sono che chiavi, milioni di chiavo, chiavi da tutte le parti. Ho paura a guardare di sotto, e non mi sogno nemmeno di guardare di sopra, son troppo concentrato a stare attaccato …vorrei quasi immergermi in questo mare di chiavi, tutte uguali, tutte diverse, quand’ecco che la mano stringe qualcosa di diverso.

Un ferro orizzontale di sezione quadrata, con gli angoli smussati. Mi accorgo che è come un anello, ma quadrato. Intanto un rumore cristallino di cascata, risveglia la sete e rimette in funzione un spece di speranza, precedentemente soffocata dall’ansia.

Con una discreta calma e con un discreto sforzo fisico, cerco di prendere, anche con l’altra, l’anello quadrato. Ma la presa vene ostacolata da un altro ferro quadrato perpendicolare al primo, per scoprire che ce ne sono altri di anelli, tutti attaccati e per scoprire che la cascata non è d’acqua. Ma di chiavi.

Decine, centinaia, migliaia, forse milioni milardi bilioni trilioni …tutto il deposito di zio paperone di chiavi che cadono, chissà dove e chissà quando.Sotto i miei piedi sento chiaramente i movimenti di un cedimento, e d’istinto mi trovo ad arrampicarmi su quello che ho scoperto essere un cancello vecchissimo. Come quello che ho visto a Napoli su un’ape, amici mi hanno detto poi che con molta probabilità lo hanno rubato dal loro condominio.Senza domandarmi niente di niente provo le chiavi che ho nelal tasca della magnesite e naturalmente, sarà stato il panico, sarà stata la fretta, sarà stata la fatica…fatto sta che nessuna chiave andava bene. Quindi, come da bambino sul vecchio cancello verde e ruggine dell’oratorio, mi sono messo ad arrampicarmicisi.

Nella fase dello scollinamento la porta si apre …”Demonio d’un cancello“: era aperto.

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