Moldeke, che cosa te ne fai di un titolo.

Questa storia non ha un posto ben definito, per quanto ne so potrebbe non essere mai accaduta, per quanto ne so potrebbe essere pure vera.

Solo che me la sono trovata davanti, brillante, bella, sinuosa ma anche calda e morbida come una brioches, con ancora evidenti ricordi fisici dei suoi vent’anni. Ricordo che che mi sono messo a ridere, ho detto ad alta voce “cerebrale” … ecco com’era il cielo quel giorno! Lo vedevamo riflesso, a quanto ne so poteva essere il vetro del banco della carne in una bottega di campagna, e parlo al plurale perché ho scoperto che anche a lei, quel cielo, ricordava qualcosa “di certo non cervello, anche se in effetti …lo è”. Da quel primo incontro è tutto un susseguirsi di giochi di sguardi, di inseguimenti e di incredibili coincidenze. Giuro che a lei pensavo spesso, ma non credo di aver spostato il corso delle cose, eppure. Eppure adesso che è un’immagine lontana ho due diapositive di lei, la prima, l’ho detta, un confronto su un autore comune, la seconda è da distesi sotto un albero … la memoria non mi assiste e non ricordo se fosse prima o dopo l’amore lento e profondo al quale mi aveva educato, ma mi accorsi dei capelli bianchi, che si mescolavano agli altri senza nascondersi. Li seguii uno ad uno con le dita, per ogni capello una storia …per conoscerla non mi restava che scorrerlo. Il primo con due dita, poi man mano che mi incuriosivo di lei e del suo corpo lasciavo scorrere un dito sul capello-binario così da percorre anche le sue curve, li ricordo sempre profumati e lunghissimi. Scoprii,così, della sua infanzia felice, non ne avevamo mai parlato, anzi non avevamo mai parlato di quello che era di noi prima di incrociarsi, delle sue avventure con gli animali della campagna di sua nonna, del marito sposato di fretta, con un figlio in arrivo, e con una carriera militare che lei ha sempre disapprovato ma che è arrivata al culmine con la Bosnia, scoprii del divorzio e della lontananza del figlio, se non volevo ascoltarle talvolta scorrevo più velocemente, ma talvolta mi fermava la mano “no, questa non te la racconto” oppure “aspetta, vai piano che è ancora lunga”, poi il vento giocava con noi e allora una nuova storia, perché lei non si ripeteva …

Aveva solo qualche anno in più di me, ma prima di lei vivevo tutto al presente con scarso interesse per il futuro, dopo di lei mi sono accorto di avere anche un passato e di sperare che in un futuro un aggettivo fuori dal comune stravolga a vita di qualcuno, e che quell’aggettivo sia mio.

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