il vaporetto di Moldeke.

È una mia opinione, quindi va presa con le pinze: ogni periodo storico ha i suoi “termini peculiari”. Un po’ come i tormentoni lessicali che contraddistinguono un campo scout. L’epoca dei fricchettoni di Verdone col “cioè”, piuttosto che “l’inciucio” (coniugato all’occorrenza), “l’attimino”, il “minutino”, le “picconate” di Cossiga, i “bolscevichi mangia bambini” o la velocità di Marinetti. Oggi siamo nell’era del “quantaltro”, che non so nemmeno come si scriva. Espressione molesta che riassume, secondo me, tutto un elenco di cose fastidiose ritenute ovvie, ma che ovvie non sono. Così la beghina veneziana che mi sciolina il suo “quantaltro” nell’elenco della spesa, nei malanni di stagione, nell’elenco della cose da fare e delle cose da non fare al funerale del Tizio di Santa Marta, morto di morte violenta, forse suicidio, la sua amica, una cartina topografica del canyon, tante le rughe, annuisce con fermezza, naturalmente sta pensando a tutt’altre faccende ma lo maschera benissimo.

La scritta murano glass in giapponese è ridicola, come la conversazione tra il marinante e un turista inglese che puzza da capra gravida, il primo non capisce che il Byron di turno non riesce tradurre “Va zo in cabina, bueo ti e to morti” alla sua amata la quale non si aspettava altro da Venezia che le gocce di acqua salmastra degli spruzzi del motoscafo. Naturalmente i gesti sono ampi e, almeno per noi campagnoli, quantomeno eloquenti, ma il suddito di Elisabetta ritiene che il suo interlocutore chioggiotto si stia sbracciando per far vedere alla sua dolce metà le meraviglie del canale della Giudecca, al “Wonderful” britannico rispondeva un distinto “uonderfull de to mare”, stile Oxford penso.

Intanto una capo scout di Gemona del Friuli, una mula veramente piacevole alla vista, distribuiva con abbondanza chili di “quantaltro” ai Lupetti, le Giovani Marmotte ufficiali per capirsi, nell’elenco delle mansioni dei trasportatori, in quello dei fattorini lagunari e dei barcaioli (un giorno i pargoli capiranno che spesso sono le stesse persone, ma non entriamo nei meriti educativi), l’altro capo panzuto boffocchia leggende lagunari, confondendo epoche, nomi ed inserendo naturalmente “il libro della jungla” (il regolamento è il regolamento), mentre i nanetti col fazzolettone più grande di loro continuano imperterriti a stampare i visini sui finestrini col desiderio di raggiungere casa il prima possibile.

Il sonno è una brutta bestia non solo per me ma anche per quella studentessa alla mia destra con la borsa di stoffa della biennale, padiglione della Gran Bretagna, che ogni tanto chiude gli occhi e si posa sulla mia spalla, a ma va bene, spero che sia anche per lei qualcosa di piacevole. Il suo profumo di fiori da pace, la pelle pulita, le linee morbide del suo viso ed i capelli vellutati mi fanno ricordare che una volta giunto a casa una bella doccia non me la leva nessuno.

Mi sento la testa pesante, so che se chiudo gli occhi per qualche secondo mi risveglierei rigenerato, ma non voglio abbandonare la pupa alla mia destra. Una volta smontati lei non si ricorderà più di me, io, forse, la ricorderò per qualche ora, poi al prossimo giro la sostituirò magari con una turista etiope dalla pelle d’ebano.

L’ebano mi ricorda i Ramblers, i Ramblers mi ricordano l’Irlanda, l’Irlanda mi ricorda Istanbul, sono i viaggi che devo fare prima di morire trentenne, Istanbul mi ricorda Roma, Roma mi ricorda Venezia… da qualsiasi parte mi ritrovo a tornare in questo intrigo di acque salmastre e cagate di piccione … poi da Venezia ritorno a casa.

Tengo stretta la borsa di tela marchiata DS, dentro non c’è niente di importante, ma non potendo stringere altro mi accontento. Sorrido tra me nel constatare che le vegliarde stanno ancora disquisendo sull’opportunità o meno di mettersi l velo al matrimonio “de ‘sti tempi”, naturalmente nelle descrizioni su cosa fanno i giovani di oggi, anziché sposarsi da giovani, pullulava la parola del momento. Quando ad un certo punto da una delle due si sente dire “e no, casso! Mi no che no te me ciavi”. Tra le due si percepiva un silenzio spettrale; tanto che ho pensato che una della due avesse finito una volta per tutte di pesare sull’INPS, scopro, però, che lo scandalo, perché di silenzio da scandalo,  è stato provocato dalle parole usate in quel momento di foga.

Un mio compagno di classe, volendo fare il bello, un giorno mi denunciò alla maestra, per il mio gergo da carrettiere,  e di lì cercarono le definizioni delle parole usate da me medesimo. Mi affascinavano. Mi affascina il significato delle parole e mi affascina il modo con cui le persone cercano di spiegartelo, spesso con parole loro.

Le goccioline d’acqua nella parte esterna della finestra stanno facendo a gara per arrivare sul bordo, se potessi puntare punterei sull’ultima. Sfocando le goccioline scorgo le fattezze di una dea, probabilmente. Volgo immediatamente il mio sguardo, ma senza fretta per non spaventare quella che di sicuro era la reincarnazione della Elena di Omero. Fin’ora ho guardato avanti e ho vissuto nelle vite degli altri, ma solo il cielo sa quanto avrei voluto vivere nella vita di quella Dama del lago in gita a Venezia. Ne cerco il profumo, ogni fiore ha un profumo caratteristico, ne percepisco uno decisamente amabile e glielo attribuisco. Rimango intontito.

La sagoma dell’attracco ACTV è notevolmente meno attraente, perciò vengo destato dal gran botto che il mezzo gli da. L’omino del cavo, il Cicerone chioggiotto secondo il suddito di sua maestà, dà una mano alle beghine veneziane, una categoria antropologica ben definita, aiuta un po’ tutti a smontare. Io nella fretta mi desto dal sogno. Cerco di uscire dal 51, trascuro, da becero, la biondina slavata al mio fianco che senza il mio appoggio frana, ma non me ne curo minimamente. Non guardo nemmeno indietro, tanto mi sento impacciato e goffo.

Direzione Toletta. Dalle Zattere, è un attimo.

Entro, trovo una bellissima edizione BUR delle Tuscolane del buon Cicero, ma mi avvio alla cassa con un Dostoievsckij nel sottosuolo d’annata. Il momento di pagare è arrivato. Frugo. Del sangue gelato mi scorre nelle vene. “Scusa m…” (la frase dovrebbe essere stata più o meno questa: “Scusa ma non trovo il portafogli. Sarà finito sicuramente nel fondo, che poi ha anche un buco… posso posare lo zaino?”). L’apparizione del vaporetto. A chi le ha rubate quella mani? Non possono essere le mani di un essere umano. Tra queste mani trionfa il mio umilissimo contenitore di danari, documenti e cartacce varie. Scoprirò poi, anzi, mi verrà detto, di averlo lasciato sul sedile del battello. Non so come ringraziarla, più per essersi materializzata che per il ritrovamento, ma questo lei l’aveva capito. Il tempo di uno starnuto, io e l’aria condizionata viviamo in conflitto da tempo, e di lei nessuna traccia, se non la porta che si chiude azionando il fastidioso campanellino.

Cammino per Venezia come un tossico, mi sento bene ma rintronato. Mi seggo su di una panca. Prendo l’edizione Mondadori appena acquistata ed inizio a leggere.

Io quando leggo entro in letargo, e da buon animale in letargo ho bisogno, ogni tanto, di sgranocchiare qualcosa. Prudentemente da casa mi sono fornito di qualche albicocca. Ne prendo una, al tatto mi ricorda la pelle, ormai familiare, della ninfea e mi scappa “Sicuramente è medio-orientale, come questa albicocca, forse di Damasco, Istanbul o addirittura di Samarcanda”

“Caracas” mi ruba il frutto “ma hai ragione, mia madre è di Damasco e mio padre di Istanbul”… non riesco a capire se era la voce di una persona ma l’apparizione è davanti a me, e si pappa il mio spuntino.

Milioni di cellule combinate da una mano divina. Voglio saper tutto di Lei, ma non ho il fiato per far vibrare le mie corde vocali, voglio sentire tutti i suoni della sua voce, gli odori della sua pelle, voglio vedere per i suoi occhi e mangiare per le sua bocca…

“Che nome mi daresti?”

Non so che dirle, sento che Venere è abusato, Elena, oppure Occhi di cerbiatto, ma  troppo da pirla, naturalmente il più inopportuno “Dulcinea” … si mette a ridere …      Ma che diavolo! Elena, Morgana, Nimuë, Galadriel tutti i nomi, lei era tutte. Ma Dulcinea, no! È semplicemente ridicolo. In realtà si chiama Maria e con una sfilza di cognomi o secondi nomi. Maria era opportunissimo, Dulcinea, no!

“Vada per Dulcinea” mi disse “Sono stanca del fatto che tutti mi paragonino a Venere, o Afrodite o tutte le dee dell’olimpo. Sono stanca di avere il nome di orchidee o fiori esotici. Sono stanca di appartenere alle leggende o ai miti. Dulcinea va benissimo. Grazie.” Ma da dove viene, non ha inflessioni linguistiche, anzi ne ha talmente tante che non riesco a definirne una di origine.

Il tempo scorre ed io rimango ad ascoltare la storia di Dulcinea. Qualche volta annuisco, il più delle volte mi perdo nei luoghi che lei mi descrive.

La sera ci ha colti di sorpresa ed ha nascosto il nostro abbraccio agli occhi della gente tropo indaffarata nel preparare la cena. Nella casa davanti ai nostri occhi un vecchio, tempo fa, aveva coperto il davanzale con girandole colorate, nelle giornate grigie era l’unica cosa viva che si potesse vedere da lontano, nelle giornate di luce: una festa. Adesso le sue girandole nessuno le ha più viste, saranno, nella migliore delle ipotesi, in qualche cassone di qualche erede. Di solito gli eredi di questi personaggi si dichiarano persone sagge e postate, il più delle volte sono ragionieri grigi, calvi, unti e panzuti che vivono esprimendo giudizi su tutti e su tutto, molte volte mi sono sentito come loro, poi ho rinunciato al suicidio.

Guardo Dulcinea, ha una pelle scura, vissuta al sole, malgrado la sua vita è straordinariamente fragile. Notoriamente impacciato cerco, comunque, di avvolgerla per difenderla dalla notte, che sta avanzando malgrado noi.

Il rumore dell’acqua di Venezia è unico, tutto parla, tutto ascolta, Dulcinea ha gli occhi gonfi. Mi sento scomodo nella sua storia, forse nulla ci avvicina ed è forse per questo che ci alziamo contemporaneamente, ci salutiamo, ci stringiamo come se fosse l’ultimo atto prima di andare al patibolo per poi penzolare come salami.

“Cerco il sole ma non c’è” … il settimo giorno Dio creò i PFM, e vide che era cosa buona e giusta … ma non riesco a togliermi i Ramblers dalla testa, non riesco a togliermi di dosso le parole della ragazza che andò con le fate. La storia di Lei mi turba ad ogni passo “chissà se tutto quello che mi ha detto è realmente accaduto” penso, ma subito dopo mi pento di aver pensato così.

Dulcinea è strana, le sue parole, i suoi gesti hanno qualcosa di magico, il suo racconto mi è entrato dalla pelle, dagli occhi, dal naso, difficilmente potrò dimenticare il suo gusto … pur non essendoci stato contatto.

Mi sento infettato dalla sua chimica.

È semplicemente bella, di quella bellezza arcaica ricca di contraddizioni, gli occhi non sono di questo mondo e lo guardano da un altro punto di vista. Sono castani quegli occhi magici, e di occhi castani ne è piena l’umanità, ed è anche  qui il suo immenso fascino, non ha nulla di prorompente così da non attrarre le persone che non vedono il bello ma solo l’istinto. Le sue linee sono come il fumo dei locali Berberi, sinuose, perfette, mai goffe e laide, ma decise e morbide, che fasciano gentilmente muscoli e organi di una femminilità luminosa e fiera. La sua pelle è stata  spesso violata dall’ago del tatuatore che ha liberato i colori e le linee rinchiudendo  tutto in quella stessa soffice corteccia. “Ogni tatuaggio” mi dice “ricorda paesaggi, strade, edifici, riflessioni, luoghi importanti, nel bene e nel male,  che si sono succeduti nel corso dei giorni”. E così la mia mano scorre idealmente per le strade di Managua, dove un mercante di orchidee l’ha comprata per la prima volta per poi rivenderla ad Amburgo, e poi Istanbul, le sue cupole d’oro, Damasco, nelle inebrianti geometrie moresche, ogni tatuatore poteva scegliere la parte del corpo di Maria che più lo ispirava, lei, dolcemente, lo accoglieva. Dice di non sopportare i dolore provocato dall’ago, ma, d’altro canto, non ha mai sopportato un minuto della vita che i debiti del padre l’hanno costretta.

Prima di vederla stesa al mio fianco non sapevo che Samarcanda avesse ancora quell’alone di mistero che per secoli ha affascinato i mercanti di seta, non sapevo che l’ambra potesse sciogliersi e vivere una vita propria. “Ma di Venezia?” “A Venezia mi sono sentita libera, ho pagato i miei debiti col passato. A Venezia ho incontrato chi non mi guardava per violarmi, ma che entrava in me come se da sempre vivessimo cercandoci, come se da sempre esistessimo uniti”.

Il primo raggio del mattino cercava in tutti i modi di posarsi sul quel corpo, il primo raggio del mattino mi guardava con invidia, lo so e me la rido tuffando i miei orizzonti in una tazza di caffè nero.

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1 Commento

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Una risposta a “il vaporetto di Moldeke.

  1. mi piace come scrivi :-))

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