Moldeke, raccontami …

…raccontami una storia Moldeke. Dai. Non importa che sia una storia vera. Non ho bisogno tu mi racconti per forza la verità…

“dieci passi” dice lui “i dieci passi più lunghi che io abbia fatto…”

Ponendosi in posizione strategica nel mappamondo della stanza, la portaerei Saratoga [si è mascherata da carrello portavivande] si trova proprio tra gli amici pugliesi e la credenza con un souvenir di Corfù: offre il miglior punto di partenza al terzo attacco di uno stinco di maiale arrosto (col suo corredo di patate).

Faccio finta di nulla; ma il raid è micidiale. Orde tracotanti di proteine, grassi insaturi e carboidrati, condite con albumine e lecitine di soia varie, bombardate tanniniche di Refoschi [tutte dal peduncolo rosso …cavolo! fin poco fa le ritenevo alleate] … bandiera bianca. L’ultimo avanzo di difesa è in mano a 4 neuroni impegnati a tressette.

Di questa guerra-pasto non ne vedo la fine.  [Generalmente il pasto è una guerra, è una guerra per il bulimico, che ritrova i sui buoni propositi nell’ultimo assalto alla più vicina tazza di water disponibile; è guerra per l’anoressico, che, dopo aver resistito stoicamente alle porzioni, si ritrova in ospedale con le vene violate da qualche piatto di pasta sintetizzato in soluzione acquosa. In qualche modo è anche una guerra per i buongustai, per i vegetariani, per i salutisti, per i malati di fame, per gli ingordi…]

Sarà!

Ma nelle mie vene sento il fuoco divampare.

A me, tutto sommato, poco importa: Partire.

[odio partire e non saper dove andare, il mio corpo errante cerca rotta, ma la mia mente non vede che nebbia all’orizzonte ed il naufragar m’è dolce ecc. ecc.]

Primo passo. Il primo piccolo passo ha in se tutto il coraggio necessario per superare qualsiasi ostacolo. Gli occhi languidi salutano idealmente i festanti commensali, un po’ mi spiace lasciarli soli, forse un giorno ci rivedremo… ma ora mi limito a contemplarli, mi sento onnipotente e mi alzo più o meno come l’antenna telescopica della Duna, berlina, di mio nonno: a fatica! È evidente che non sono in gran forma, la consapevolezza di non far più parte di quella festosa combriccola di guasconi italici, ma di avere un altro destino, e che questo meraviglioso destino è solo nelle mie mani… sono orgoglioso di me stesso.

Il secondo passo è sinonimo ideale di fermezza nella decisione presa: nessuno mi potrà mai convincere a tornare, se mai qualcuno ci ha mai provato. Intanto dalla Sicilia odo voci amiche: “Schiavo’ el limoncèl’!” L’impegno isolano di voler parlare veneto, mi commuove ancora. Il dubbio mi assale, l’angoscia di aver lasciato sul più bello casa mia m’investe in pieno e mi lascia intontito. Una parte di me, parte che già a suo tempo era del figliol prodigo, desidera il ritorno, l’altra, stoica ed irreprensibile, lo rifiuta. Nel mentre, l’ammasso di detriti passa dall’esofago allo stomaco mettendo a dura prova la mia staticità.

Il terzo passo è pesante, goffo. Scaricando l’energia nel pavimento provoca una scossa tellurica che fa vibrare i bicchieri nella credenza. Rimango in piedi, mi persuado che con la sola forza del pensiero. Una pia illusione la mia.

Nel quarto passo la triste riprova: un colpo di sonno di fa chiudere gli occhi, cieco zoppo e ubriaco non mi rendo conto della gamba del tavolo. Sto per rovinare al suolo, quando un insperato colpo di reni alla Yuri Chechi… resto in piedi. Nello sforzo ho dato il “LA” ad un piccolo cambiamento climatico dietro di me, così un vento basso dorsale aromatizza di buono gli amici del triangolo industriale.

Il quinto passo segna il punto di non ritorno. Il pensiero mio va, ora, agli amici rimasti… ho finito!

[sto raggiungendo la Cima Coppi del piacere, questo viaggio mi esalta, mi appassiona, mi salva dalla abbietta turpitudine del mio grigio quotidiano]

Nel sesto passo mi sento come fossi un “obiettivo raggiunto”, gasato, riconosco le difficoltà dell’ultimo pezzo di strada, sono in terra straniera, non mi ero mai spinto oltre fino ad ora, nonché a metà del mio percorso. Il mio posto, però, è a tavola, dove ora si starà facendo il brindisi con le MIE grappe, si starà sorbendo dell’ottimo caffè triestino e si starà giocando a scopone o a tressette. Piango come un vitello. Sguardo fisso in terra, mani dritte sui fianchi, barcollo ma non mollo. Alle spalle, fatti salvi tre cianotici, tutti cantano, gozzovigliano e rimorchiano pulzelle. Nessuno mi ricorda. Il salso delle lacrime mi sveglia un po’ dallo stordimento, ebbro di vino e adrenalina non voglio tornare indietro. Capto che qualcosa in me si sta muovendo. So di non essere incinto, ma in un primo momento non ne ero convinto, partorirò un nuovo Essere? In coscienza scorgo l’obbiettivo del mio evadere: l’esilio.

Il settimo passo,si sa, è quello della crisi. Nostalgia di casa e incognite su quello che verrà alla fine, sono i primi sintomi. Supero gli ostacoli della ragione con la stessa agilità di un gatto paralitico, ma li supero.

Ottavo passo.

[esule in terra straniera, volgo il mio desio a te, mia patria diletta. Incancellabile in me la tua opulenza giunonica, il tuo fasto e la tua gloria. A te, d’ora innanzi, il pensiero di esule. Sono forestiero sin dal mio arrivo, sarò straniero al mio ritorno nella patria natia. Ed il naufrag… ecc. ecc. (cosa sto scrivendo?)]

Il nono passo è un ponte tra il mio Ero ed il mio Sarò, è quel presente che mi avvolge, aprendo la porta, con l’odore del sapone di Marsiglia. Il genio del Mastro Lindo! Non sarò mai come lui.

Il decimo ed ultimo passo serve solo per permettermi una rotazione di 180 gradi. Chiudo la porta, seggo su di un secchio rovescio, spengo la luce ed abbraccio, con passione, una scopa di saggina, forse il testosterone s’è destato: ma troppo tardi.

[si dice che tra gli esseri umani vi siano delle figure che vedono con gli occhi dell’anima mundi, e di questi solo pochi conoscono i mezzi per poterlo esprimere senza banalità o retorica. Agli altri non resta cha capirli. Avevo paura di partire, di viaggiare. Ora, lontano da casa, ho paura di tornare. Il viaggio mi ha cambiato: mi ha dato occhi nuovi. Morto il mio vecchio Io]

-vi prego: sparate al ventriloquo.

…ah! sono nella stanza delle scope.

O MIO DIO!

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in paure e deliri di Moldeke

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...