la chiavata del cancello (o la chiave della cancellata)

Così è quasi certo che non mi vengono le emorroidi”

Ed è l’unica cosa che mi viene in mente in questo preciso momento, non tanto la mano, che deve scorrere sulla roccia fredda ed umida per trovare un piccolo appiglio, nemmeno al rumore della corda che scorre sul rinvio.

Non presto attenzione nemmeno al piccolo lago smeraldo che vedo sotto di me, alle labbra che si stanno scepolando, agli occhi che bruciano col sudore, all’infinitamente piccolo sassolino che un po’ di fastidio mi crea all’alluce sinistro. Nel frattempo l’ho trovato l’appiglio, devo cercare di non rimanere fermo nella stessa posizione per più di una manciata di secondi, così da spostare il peso da una gamba all’altra qualche centimetro più in alto.

E mi emoziono ancora.

Poche cose sono così indescrivibili, in pratica mi sposto da qui a lì verso su, ma in realtà sento che il mio corpo… non so bene, ma il mio corpo diventa punto di contatto tra la roccia e il vuoto …sento questo punto che scorre come se fossi la montagna che lo sente scorrete e sento l’aria scivolare sulla schiena come se io stesso fossi l’aria che si sente scivolare qualcosa… l’immagine che vedo più vicina e quella della mollica di pane che mi accorgo di rotolare tra il medio e il pollice.

E qui, ora, io sono la mollica e la montagna il pollice e l’aria l’indice.

E mi stupisco che a questa immagine mi si collega, per chissà quuali passaggi, la “malattia professionale” dei sedentari cronici, degli agenti di commercio, dei camionisti e dei ragionieri, oltre che di tutti quelli dediti alla nobile arte del grattamento di ventre, magari bello gonfio, quel piccolo fastidietto in quel posto che tutti si vergognano anche solo a pensarlo.

Sorrido e scrollo la testa come per far fuggire una fastidiosa mosca.

Quando tocco qualcosa di freddo e capisco subito che qualcosa non va.

Con un gesto prendo l’oggetto-sorpresa, con la sovrapposizione del medio sull’indice, è sottile, allungato e un po’ irregorale.

Una chiave.

La metto nel sacchettino della magnesite senza tanto farci caso. Solo qualche minuto dopo mi accorgo dell’anomalia, proprio quando la stessa mano ne trova un’altra. E poi una terza. E poi una quarta e una quinta assieme. Ed una sesta me la trovo in bocca.

Nel sacchetto ci sono più chiavi che magnesite ora come ora e il sudore, non perfettamente asciugato disturba la presa sulla roccia che ora divene viscida e mal mi sopporta.

La settima e l’ottava pesano tantissimo, più di quello che di solito pesa una chiave. La nona ha stampato un panda…

Mi sono accorto alla decima che ho saltato un chiodo e che per arrivare al prossimo devo andare decisamente a destra, ma sento sotto le dita un’undicesima chiave, e poi un’altra… ho il fiatone e giureri che davanti a me stanno danzando milioni di stelline mentre un piede tocca un piccolo spuntone dove ci sono delle piccole chiavi, e la mano affonda in una piccola buchetta piena di chiavi e l’altra non sente che chiavi, i piedi cominciano e muoversi come fossero su una motagnola di sabbia, e mi accorgo che i granellini non sono che chiavi, milioni di chiavo, chiavi da tutte le parti. Ho paura a guardare di sotto, e non mi sogno nemmeno di guardare di sopra, son troppo concentrato a stare attaccato …vorrei quasi immergermi in questo mare di chiavi, tutte uguali, tutte diverse, quand’ecco che la mano stringe qualcosa di diverso.

Un ferro orizzontale di sezione quadrata, con gli angoli smussati. Mi accorgo che è come un anello, ma quadrato. Intanto un rumore cristallino di cascata, risveglia la sete e rimette in funzione un spece di speranza, precedentemente soffocata dall’ansia.

Con una discreta calma e con un discreto sforzo fisico, cerco di prendere, anche con l’altra, l’anello quadrato. Ma la presa vene ostacolata da un altro ferro quadrato perpendicolare al primo, per scoprire che ce ne sono altri di anelli, tutti attaccati e per scoprire che la cascata non è d’acqua. Ma di chiavi.

Decine, centinaia, migliaia, forse milioni milardi bilioni trilioni …tutto il deposito di zio paperone di chiavi che cadono, chissà dove e chissà quando.Sotto i miei piedi sento chiaramente i movimenti di un cedimento, e d’istinto mi trovo ad arrampicarmi su quello che ho scoperto essere un cancello vecchissimo. Come quello che ho visto a Napoli su un’ape, amici mi hanno detto poi che con molta probabilità lo hanno rubato dal loro condominio.Senza domandarmi niente di niente provo le chiavi che ho nelal tasca della magnesite e naturalmente, sarà stato il panico, sarà stata la fretta, sarà stata la fatica…fatto sta che nessuna chiave andava bene. Quindi, come da bambino sul vecchio cancello verde e ruggine dell’oratorio, mi sono messo ad arrampicarmicisi.

Nella fase dello scollinamento la porta si apre …”Demonio d’un cancello“: era aperto.

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